Cannes 2024: recensione di “The Substance”, di Coralie Fargeat (Concorso)

Coraggioso e audace è il minimo di cui si dirà LA SOSTANZAla virulenta commedia nera di orrore corporeo della francese Coralie Fargeat. Un’idea semplice portata agli estremi, un film femminista mascherato da uno scontro brutale tra due donne (o qualcosa del genere), questa storia virulenta e grottesca su una donna che applica una “sostanza” per ringiovanirsi avanza verso aree folli più attese in una sezione di mezzanotte che in una competizione ufficiale. Ma nonostante la sua lunghezza eccessiva, questo film riesce a mettere insieme un discorso potente ed esteticamente radicale sull’età, sulla bellezza e sulle pressioni che le donne sentono per apparire sempre perfette.

LA SOSTANZA scommette sullo scandalo o sul fascino, soprattutto nella sua mezz’ora finale quasi delirante, che solleva e porta al parossismo una storia che poco prima sembrava ripetersi. verso l’infinito. È un film che propone un’unica idea di cui, raccontata in modo più economico, potrebbe benissimo essere un episodio SPECCHIO NERO. Fargeat in realtà sta cercando qualcos’altro. Ma per arrivarci ci vuole un po’. E la sensazione che resta è che in questa travolgente versione di quasi 150 minuti ci sia un bel film di meno di due ore.

L’idea si presta ad un cortometraggio. Demi Moore, che ha un aspetto incredibile a 61 anni e che fa parte dello scherzo macabro del film, interpreta Elizabeth Sparkle, una celebrità che, come Jane Fonda negli anni ’80, ha avuto successo con un programma di ginnastica in televisione. Ma lei non è più così giovane, la sua routine e il suo look sono un po’ “datati” per il boss sessista e grottesco della rete televisiva (uno squilibrato Dennis Quaid) e da un giorno all’altro la butta fuori. Dopo un incidente e una visita medica, riceve un documento con a chiavetta USB e un messaggio: «Questo mi ha cambiato la vita«. La donna lo indossa e quello che vediamo è la pubblicità di un prodotto che promette di ringiovanire le persone attraverso una tecnica particolare, la cui complessità verrà svelata poco a poco e che dovrà essere raccolta in un luogo sospetto.

“La sostanza” in questione è un liquido viscoso che le persone applicano per ringiovanire. Duplica le cellule e permette ad una sorta di doppio di emergere da una persona più grande, una copia più giovane e fisicamente più completa. Il prodotto ha però i suoi limiti: non solo prevede uno strano processo di alimentazione e iniezione, ma impedisce alla persona di trasformarsi completamente in quell’altra persona. L’unica cosa che permette è sette giorni alla volta, tornando ad essere l’altra persona la settimana successiva e così via, purché il suo corpo e la sua mente resistano.

Elizabeth, depressa per aver perso il lavoro e insicura nel sentire che il suo corpo non è più quello di prima, ci prova e da dentro di lei emerge una versione più giovane, interpretata da Margaret Qualley, con la “fermezza” fisica dei suoi vent’anni ma anche con significativa immaturità. Il sistema – ovvero la voce che lavora per risolvere i problemi tecnici del prodotto – vi dice che ora non siete più due persone, ma siete ancora una cosa sola. E questo sarà importante quando Sue, come si definisce la versione del personaggio di Qualley, inizierà a infrangere le regole stabilite che devono essere rigorosamente seguite. La ragazza, che ama il suo corpo sano, inizia ad allungare il suo ritorno settimanale all’altra versione. E ciò avrà conseguenze terribili.

Moore brilla in un ruolo che le si addice perfettamente, dal momento che l’attrice stessa ha iniziato a lavorare molto meno dopo una certa età. Raggiungendo a poco a poco estremi mai visti nella sua carriera, il film andrà verso l’horror più viscoso e sangue mai visto al concorso di Cannes, compreso TITANO e i film di David Cronenberg–, l’attrice di FANTASMA Offre una performance selvaggia e onesta, apparendo seminuda per gran parte del film. In un ruolo espressivo un po’ più limitato (qualcosa come a influenzatore stupido), Qualley mette anche “tutta la carne alla griglia” diventando da un momento all’altro un’inevitabile simboli sessuali del cinema contemporaneo, se si possono continuare ad usare questi termini.

Il declino di Elizabeth in relazione alla crescita di popolarità di Sue – che la sostituisce nello show televisivo – è un riflesso di quell’orribile percezione di sé, accresciuta da una storia di machismo e di sguardo maschile critico che fanno sentire le donne che dopo un certo periodo sono non sono più utili, sono già fuori dal sistema. Sue non ha questi problemi e ha un ego molto elevato, ma non è in grado di accettare le regole messe in gioco ed è lei che fa letteralmente andare tutto all’inferno. È solo che, a un certo punto, quando il film sembra essere entrato in una spirale ripetitiva, Fargeat alza la posta e in un paio di scene decisamente folli – uno scontro brutale e, beh, qualcosa di più mostruoso – porta a LA SOSTANZA su un terreno tipico del cinema horror di classe B, con effetti pratici tanto sgradevoli quanto scioccanti e anche un po’ vomito.

Estetica brutta per scelta, troppo clipera per i miei gusti, colorata come versione spazzatura Di BARBIE –qualcuno prima o poi dovrebbe analizzare il rapporto tra i due film, soprattutto se la giuria presieduta da Greta Gerwig gli assegnerà la Palma d’Oro–, LA SOSTANZA a volte esagera alla ricerca dell’impatto e dello shock sullo spettatore, una vera e propria abitudine Casa Fremaux, ma lo fa sempre da un punto di vista giocoso e divertente, mettendo il suo discorso femminista al centro di una trama delirante che non si prende mai completamente sul serio. Il direttore di VENDETTA forse non sembra, come Julia Ducournau in TITANO, effettuare un’analisi troppo complessa dei suoi temi né optare per scelte estetiche rarefatte. Il suo film è schietto, diretto e brutale, una guerra di una donna contro se stessa a causa dello sguardo crudele degli altri.



 
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