Con l’Amministrazione ci siamo scontrati

Con l’Amministrazione ci siamo scontrati
Con l’Amministrazione ci siamo scontrati

Ci siamo scontrati con l’Amministrazione. Nasce così l’esperienza di Pili, protagonista di Volevo solo ballare (Tránsito, 2023), il primo romanzo dell’autore sivigliano Greta Garcia. Se con l’avvento delle procedure online ci liberiamo quasi del tutto del “torna domani” del giurassico ufficiale, l’Amministrazione non ha mai cessato di essere un’odissea: ora quella in cui i venti di click ci fanno costantemente biforcare, le Correnti di i motori di ricerca possono portarci al naufragio, le autofirme difettose e le chiavi digitali ci fanno venir voglia di buttarci in mare e i documenti caricati finiscono in qualche angolo impraticabile dell’universo virtuale, probabilmente l’angolo vicino a quello in cui finiscono per volare .orbita i curriculum dei portali del lavoro. In effetti, la burocrazia, qualunque sia il suo aspetto, annienta l’anima.

E così va a finire l’anima di Pili dopo i suoi flirt con l’Amministrazione: come schegge di legno spezzate, come una scintilla che si accende e si consuma con la stessa rapidità, come frammenti di un tutto incomponibile. Annientato e in prigione. E questo a causa della decisione che Pili finisce per prendere per vendicarsi di un’Amministrazione per la quale sa che non passerà più le sue giornate a lasciarsi trasportare dalla coupé in pensione, né i suoi piedi saranno piegati per formare a glisa né si piegheranno completamente in avanti per restare in equilibrio con le dita su a Mi sono sentito sollevato. Non più piqué, etashelé motshé, flueté, cambré, chasé, O Pordebra: tutti termini legati al balletto classico che danno nome e aprono ciascuno dei capitoli di questo primo romanzo di Greta García, la cui stessa formazione di ballerino si avverte nelle pagine di questo romanzo, non solo nei tecnicismi della disciplina ma anche e, soprattutto, nel fatto di saper trasmettere al lettore l’opera, personale e quasi frustrazione esistenziale che prova chi si dedica al mondo della danza a causa del costante abbandono delle amministrazioni, della mancanza di aiuti formativi, dello scarso interesse ed entusiasmo nel promuovere questo tipo di arte e dei deboli tentativi delle istituzioni di educare la società alla una delle forme di espressione corporea più raffinate e ordinate che esistano. E anche se a questo punto del film nessuno si aspetta che in Spagna nasca il nuovo Balletto del Bolshoi o che appaia qualcuno che possa rivaleggiare con il Balletto Marrinski, la frustrazione non è minore per chi ha avuto la fortuna di nascere in un terreno fertile per gioia, ma sterile per aspirazioni artistico-intellettuali, forse ad eccezione di quelle attraversate dal duende flamenco.

Forse, su scala molto più piccola e risparmiando le distanze, l’effetto è simile a quello dei primi film di Almodóvar e delle sue ripugnanti scene di piogge dorate in una Spagna ancora profondamente pudica.

Qualche tentativo di deselitizzazione del mondo del balletto è facilmente riscontrabile nella decisione narrativa dell’autore di creare un personaggio che è ballerino (o progetto di) e che allo stesso tempo appartiene alla classe sociale più bassa dell’Andalusia, quella i cui membri probabilmente passare ore in fila al SEPE per rinnovare l’indennità di disoccupazione. Si producono così intersezioni estreme, la cui acidità finisce per risultare dolce, anche per noi che non siamo particolarmente votati all’osceno o all’escatologico: l’asetticità di termini come Mi sono sentito sollevato, fondoschiena O sviluppatoè contaminato dalla comica sicurezza di sé della gente comune e dalla sua combinazione con espressioni come mojino mojino ficcami nel culo, joé merda, merda spalmata, il maiyó nella mia fessura. L’effetto è simile a quando viene servito un cosciotto d’agnello con una lattina di olive del supermercato, o al twerking e al making twerking con Lo Schiaccianoci di Čajkovskij. Forse, su scala molto più piccola e risparmiando le distanze, l’effetto è simile a quello dei primi film di Almodóvar e delle sue ripugnanti scene di piogge dorate in una Spagna ancora profondamente pudica e sonnolenta. E dico tutto come qualcosa di assolutamente positivo: è nelle zone di non comfort dove la banalità non ci schiaccia né ci divora dal nulla.

A Greta García va riconosciuto il merito di aver realizzato qualcosa di nuovo e fresco, oltre ad aver attaccato le follie delle amministrazioni attraverso la parodia e l’umorismo.

Tutto questo contrasto è ancor più accentuato da un aspetto della lingua: l’oralità andalusa portata all’ultimo termine, aspetto non del tutto nuovo se si pensa che alcuni campioni dell’attuale letteratura iberoamericana sono già riusciti magistralmente a creare opere letterarie di altissimo livello qualità che poggia sull’oralità come elemento principale e costruttore della narrazione. All’ammirato Fernanda Melchor Ti rimando con il tuo stagione degli uragani (Casa Casuale, 2017). Se questo fenomeno fosse balzato nelle terre di Cervantes con esempi come quello di pancia d’asino (Barrett, 2020) dello scrittore canario Andrea Abreu, opera che promosse l’oralità canaria nel panorama letterario attuale, non si era ancora verificato un caso simile con l’oralità andalusa. Ed è qui che Greta García approfitta di un vuoto e irrompe nel mercato con la ferma idea che il linguaggio popolare, soprattutto quello particolare come quello andaluso, può anche creare letteratura. E la vera novità sta nel trasferire sulla pagina la fonetica allo stato più puro e rozzo e nel costruire il racconto a partire da quelle aree di periferia verbale, anche se proprio questo può finire per renderlo impenetrabile per parlanti troppo disconnessi dall’idiosincrasia dell’andaluso. .:

—Aro, shosho, non ti rendi conto? Ehtáh empaná, Pili, una partita arrivata poco fa, guarda, quello che eh doh mille peheta vecchio, quello Hertrudi, quello che ha ucciso il mario con una zuppa di latte, quello che eh mah più nero di me, quello eh Dana, quella eh un’altra sulla droga, vedi, non vedo bene, c’è mah…Guarda, la barca bionda accanto a Belinda, quella María, non sembra che farà molto da queste parti, lei ha provato a derubare un cinese con una bugia.

Indipendentemente dalle preferenze del lettore riguardo a questo tipo di letteratura, e al di là del dibattito se questo tipo di decisioni narrative facciano invecchiare bene o male le opere, a Greta García va riconosciuto il merito di aver realizzato qualcosa di nuovo e fresco, oltre ad aver attaccato le follie delle amministrazioni attraverso la parodia e l’umorismo, e parlando del divario digitale che fa sì che chi non sa orientarsi nell’ecosistema amministrativo e nel suo linguaggio giuridico sia sempre in ritardo e vicino alla marginalità, tutto questo attraverso un personaggio divertente che, non potendo evitare di spazzare casa qui, possiede quella capacità difficile e innata che di solito hanno gli andalusi.soprattutto da Cadice, per affrontare le avversità della vita con arguzia e umorismo, per trasformare le tragedie in commedie e, nonostante tutto, ridere, ridere, ridere.

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Autore: Greta Garcia. Qualificazione: Volevo solo ballare. Editoriale: Transito. Vendita: Tutti i tuoi libri.

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