Politica estera pragmatica | Sempre!

Politica estera pragmatica | Sempre!
Politica estera pragmatica | Sempre!

Nel mondo di oggi, la politica estera degli Stati tende ad essere pragmatica perché deve affrontare realtà incontestabili, tra le altre, nuovi accomodamenti geopolitici e sfide senza precedenti alla pace, sfide della concorrenza tecnologica e complesse reti di scambi economici e commerciali che accentuano le interdipendenze selettive. Nel quadro del diritto internazionale e del sistema liberale e dei suoi valori, questa politica, sempre sovrana, ha il compito di facilitare il dialogo con un mondo aperto che, non esente da rischi, offre opportunità di complementarità e di sviluppo. In breve, è uno strumento che consente allo Stato di identificare spazi di opportunità per promuovere i propri interessi in un ecosistema globale indebolito e gerarchizzato; un ecosistema che è intrinsecamente instabile perché privo dei modelli di continuità necessari per il dispiegamento di una diplomazia prevedibile, come avvenne durante i tempi della Guerra Fredda.

Le relazioni internazionali non sono anarchiche, ma hanno contorni casuali e rischiosi. Sono così per definizione perché non costituiscono una comunità politica pienamente integrata, poiché ogni Stato decide unilateralmente il modo in cui conduce i suoi legami con gli altri Stati e non necessariamente con quella che è postulata come condotta valida per tutti. In questa situazione, la possibilità di rafforzare l’ordine politico globale è precaria perché il sistema multilaterale risponde sempre meno ai criteri sociopolitici che lo hanno dato origine nel 1945. Per i responsabili della politica estera, questo contesto li mette in una situazione complicata, che oscilla tra i poli dell’accettazione acritica della politica di potere (e delle sue conseguenze) e la presunzione etica che gli Stati si limitino a beneficio del benessere collettivo.

In questa prospettiva, la politica estera pragmatica è quella che lo Stato definisce con criteri propri, indipendentemente dal fatto che si discosti dal consenso che regola la convivenza globale. La sua unica guida è il rispetto dell’interesse nazionale del paese che lo schiera e non il vanto di dover contribuire al benessere di tutti i popoli e ad una democrazia internazionale inesistente. Quest’ultima riflessione conferma che l’estrapolazione della politica interna di ciascun paese verso l’esterno non è sempre in linea con il vantaggio generale dei paesi terzi, tra l’altro perché ci sono seri dubbi sulle motivazioni diplomatiche di coloro che si classificano come campioni di interesse universale.

La politica estera pragmatica si fonda su fatti, tra i quali spicca che la comunità politica unificata alla quale aspira l’ONU è minata dal disordine provocato dagli stessi stati nel difendere la loro particolare idea di interesse nazionale, definita o meno in termini di potere. Questo pragmatismo è la risposta naturale a una teoria globale della giustizia, finora poco sviluppata, che presuppone, erroneamente, che gli Stati che si definiscono paladini del mondo libero sostengano le cause dei più bisognosi e che coloro che alzano le bandiere della giustizia siano capaci di garantire un regime politico interno di democrazia e libertà. In entrambi i casi accade spesso il contrario. Non sorprende che sia così perché queste contraddizioni sono tipiche della natura umana e di un sistema internazionale disfunzionale che non è stato in grado di moderarsi per il bene di tutti.

L’autore è un internazionalista e dottore in Scienze Politiche.

 
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