Le anomalie costituzionali della monarchia

Le anomalie costituzionali della monarchia
Le anomalie costituzionali della monarchia

Pochi giorni fa Filippo VI ha celebrato il decennale della sua proclamazione a re e, come tante altre occasioni, i media del istituzione Hanno colto l’occasione per lodare l’istituzione monarchica. La determinazione con cui le élite economiche e i loro mezzi mediatici sostengono la monarchia rivela fino a che punto la Corona sia un operatore istituzionale al servizio dell’oligarchia. Qualsiasi progetto politico che miri a promuovere la democrazia e la giustizia sociale in Spagna deve essere consapevole della necessità di porre fine a un’istituzione essenzialmente contraria agli interessi della maggioranza sociale. E per fare questo bisogna comprenderne il ruolo nell’attuale ordinamento costituzionale, a partire dalla lettera della Costituzione del 1978.

Il contenuto di diversi articoli della Costituzione che trattano del re è difficilmente compatibile con ciò che la comunità degli esperti (quella che in diritto chiamiamo abitualmente “la dottrina”) e la stessa norma suprema (articolo 1.3) chiamano monarchia parlamentare. Si tratta di autentiche anomalie costituzionali che, da decenni, la dottrina tenta di normalizzare con creative operazioni interpretative secondo le seguenti direttrici: X non significa Xsi No eaffinché X essere coerente con un sistema democratico. Negli ultimi anni, però, si sono diffuse altre interpretazioni più in linea con la letteralità.

Diamo un’occhiata ad alcuni esempi. L’articolo 99.1 della Costituzione spagnola, che tratta dell’investitura del Presidente del Governo, prevede che “il Re, previa consultazione dei rappresentanti designati dai gruppi politici con rappresentanza parlamentare, e attraverso il Presidente del Congresso, proporrà un candidato alla presidenza del governo”. Anche se è il Congresso che elegge (conferisce la fiducia) il Presidente del Governo, la decisione di proporre il candidato ha un’enorme rilevanza politica, come si è visto negli ultimi anni (per la gestione del tempo, per la percezione di legittimità che genera, ecc.). ). È chiaro che una decisione che incide pienamente sul principio democratico non può essere nelle mani di un capo di Stato privo di legittimità democratica. Il precetto, interpretato alla lettera, porta alla soluzione antidemocratica secondo cui è il re, e non il presidente del Congresso, a proporre il candidato.

Di più, l’articolo 62 h) della Costituzione dice che il comando supremo delle Forze Armate spetta al re, mentre l’articolo 8 della Costituzione concede alle Forze Armate una sorta di statuto autonomo (ubicazione di quest’ultimo precetto, a parte il titolo). che regola il Governo e l’Amministrazione, è un’altra anomalia). Sebbene sia vero che l’articolo 97 della Costituzione attribuisce al Governo la direzione dell’Amministrazione militare e della difesa dello Stato, è tuttavia inquietante che il re detenga il comando supremo delle Forze Armate. Ciò che è noto (e ciò che non è noto a questo punto) riguardo al 23-F evidenzia la portata del problema.

È nota l’irresponsabilità e l’inviolabilità del re stabilita dall’articolo 56.3 della Costituzione. Le interpretazioni che la magistratura e gli altri organi costituzionali hanno dato di questo precetto negli ultimi anni sono assurde: sanciscono la più assoluta impunità e l’assenza di responsabilità del capo dello Stato di fronte a fatti gravi, pubblici e notori. Potremmo dire che, quando le cose si mettono male, vince la carta dell’applicazione letterale della Costituzione, anche a costo di calpestare i principi più basilari di uno Stato di diritto democratico. A proposito, vale anche la pena interrogarsi sul significato della giustizia amministrata in nome del re (articolo 117.1 della Costituzione) e sul suo impatto sul funzionamento e sulla cultura organizzativa della magistratura.

Né dovrebbe passare inosservata la funzione attribuita al re di arbitrare e moderare il regolare funzionamento delle istituzioni (articolo 56.1 della Costituzione). Moderazione significa evitare gli eccessi (anche democratici?). L’arbitraggio implica la risoluzione dei conflitti. Con quale legittimità democratica? In quali casi? Nessuna trasparenza o responsabilità? Il discorso partigiano pronunciato da Filippo VI il 3 ottobre 2017 è un esempio dei problemi posti da questa funzione costituzionale.

È vero che anche alcune costituzioni di altre monarchie parlamentari contengono elementi antidemocratici, ma forse questi possono essere spiegati con l’evoluzione storica dei loro sistemi costituzionali. In questo senso, non dobbiamo dimenticare che la Costituzione del 1978 istituisce la monarchia dopo una dittatura, e l’ultima esperienza democratica in Spagna è stata quella repubblicana.

Sembra che la Costituzione spagnola del 1978 conservi molte lacune del cosiddetto monarchia costituzionale, uno stadio evolutivo precedente alla monarchia parlamentare in cui la sovranità era condivisa dal re e dal parlamento. Analizzare criticamente l’ordinamento costituzionale della Corona serve a comprendere che il principio monarchico è una traduzione istituzionale del principio oligarchico nell’ordinamento costituzionale spagnolo. Il desiderio non dovrebbe mai essere confuso con la realtà: la Costituzione incoraggia interpretazioni della monarchia che, come valvola di sicurezza per le élite, servono a contrastare i progressi democratici.

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