Recensione di ‘Perrea, perrea’, il nuovo documentario di Movistar Plus+ che analizza il reggaeton

Di

Noè R. Rivas

– 1 minuto fa

“Perrea, perrea”, il nuovo documentario di Movistar Plus+, approfondisce il fenomeno globale del reggaeton, esplorandone le origini, l’evoluzione e l’impatto che ha avuto sull’industria musicale e sulla società. Diretto da Elena Pascual e José María Clemente, questo originale programma platform offre uno sguardo ravvicinato a un genere che ha trasceso i confini ed è diventato il suono dominante della nostra epoca.

Il documentario è strutturato in tre episodi, ciascuno dei quali affronta aspetti diversi del reggaeton. Il primo capitolo, intitolato ‘Papichulos’, risale alle origini del genere. Scopri come questa musica è emersa a Panama, influenzata dalla dancehall giamaicana, e come si è sviluppata a Porto Rico fino a diventare quello che oggi conosciamo come reggaeton. Questo episodio esamina anche l’arrivo del genere in Spagna, citando successi pionieristici come “Papi Chulo” e “Gasolina”.

Il secondo episodio, “Motomamis”, affronta l’evoluzione del reggaeton da una prospettiva di genere. Si analizza come uno stile inizialmente dominato da voci maschili abbia subito una significativa trasformazione, diventando veicolo di empowerment femminile. Spiccano figure come Karol G, Rosalía e Becky G, che hanno utilizzato il genere per esprimere la propria autonomia e liberazione sessuale.

L’ultimo capitolo, ‘Daleduro’, approfondisce uno degli aspetti più controversi del reggaeton: il suo stretto legame con la sessualità. Esamina come il genere ha superato le barriere e la censura, affrontando temi sessuali direttamente nei testi e nelle coreografie. Questo episodio solleva interrogativi sulla responsabilità condivisa tra artisti, educatori e famiglie riguardo ai messaggi trasmessi dal genere.

Uno dei punti di forza di ‘Perrea, perrea’ è la diversità di voci che incorpora. Il documentario vede la partecipazione di artisti riconosciuti del genere come Justin Quiles, Henry Méndez e Kevin Roldán, così come di figure emergenti e affermate della scena spagnola come Ptazeta, Belén Aguilera e Don Patricio. Inoltre, include il punto di vista di giornalisti, produttori musicali e accademici, che arricchisce l’analisi e fornisce una visione più completa del fenomeno.

Il programma non evita le controversie che hanno circondato il reggaeton sin dal suo inizio. Affronta direttamente le accuse di machismo e di sessualizzazione eccessiva che hanno perseguitato il genere, offrendo diversi punti di vista sulla questione. È particolarmente interessante il modo in cui il documentario esplora la trasformazione del reggaeton in uno spazio di emancipazione femminile, sfidando le percezioni iniziali del genere.

“Perrea, perrea” dedica anche del tempo ad esaminare l’impatto culturale più ampio del reggaeton. Evidenzia come questo genere sia riuscito a posizionare la musica in spagnolo al centro della scena globale, sostituendo la tradizionale egemonia del pop anglosassone. Il documentario evidenzia l’importanza di artisti come Bad Bunny, che ha raggiunto la vetta delle playlist globali, segnando una pietra miliare nella storia della musica latina.

Un aspetto notevole dello spettacolo è l’esplorazione dei pregiudizi che il reggaeton ha dovuto affrontare, in particolare in Spagna. Il documentario suggerisce che parte del rifiuto iniziale del genere fosse venato di classismo e, in una certa misura, di razzismo, date le sue origini nelle comunità latinoamericane a basso reddito. Questa prospettiva invita a una riflessione più approfondita sulle dinamiche culturali e sociali che influenzano la ricezione dei nuovi generi musicali.

Il formato documentario include un interessante elemento creativo: ogni episodio presenta una versione speciale di un successo reggaeton, eseguito da artisti di altri generi. Queste reinterpretazioni non solo aggiungono varietà al programma, ma dimostrano anche la versatilità e la portata del reggaeton come forma musicale.

Tuttavia ‘Perrea, perrea’ non è esente da limitazioni. Sebbene offra un’ampia visione del genere, a volte può sembrare che rimanga alla superficie di alcuni argomenti complessi. La discussione sul contenuto sessuale dei testi e sul suo impatto sui giovani, ad esempio, avrebbe potuto essere approfondita.

Inoltre, il documentario tende a concentrarsi principalmente sul successo commerciale del reggaeton, dedicando meno tempo ad un’analisi musicale più tecnica del genere. Un’esplorazione più dettagliata delle strutture ritmiche, delle tecniche di produzione e dell’evoluzione sonora del reggaeton avrebbe ulteriormente arricchito il contenuto.

Visivamente, “Perrea, perrea” mantiene un ritmo dinamico che riflette l’energia del genere che esamina. La combinazione di interviste, filmati d’archivio e performance dal vivo mantiene lo spettatore coinvolto durante i tre episodi. La regia di Elena Pascual e José María Clemente trova un equilibrio tra l’aspetto informativo e quello di intrattenimento, rendendo il documentario accessibile sia agli appassionati del genere che a quelli meno pratici.

In conclusione, ‘Perrea, perrea’ offre uno sguardo completo al fenomeno reggaeton, esplorandone la storia, l’impatto culturale e le controversie ad esso associate. Il documentario riesce a contestualizzare il genere all’interno di un quadro più ampio di cambiamenti sociali e culturali, evidenziandone il ruolo nella globalizzazione della musica latina. Sebbene a tratti possa approfondire alcuni aspetti, nel complesso fornisce una visione equilibrata e istruttiva di un genere che ha ridefinito il panorama musicale contemporaneo.

Questo programma Movistar Plus+ non servirà solo come introduzione accessibile per coloro che desiderano comprendere meglio il fenomeno reggaeton, ma offrirà anche prospettive interessanti per i seguaci più irriducibili del genere. ‘Perrea, perrea’ rappresenta un prezioso sforzo di documentare e analizzare un movimento musicale che, al di là delle opinioni divise che genera, ha lasciato un segno innegabile nella cultura popolare del 21° secolo.

 
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