Villagers: “Quel periodo d’oro” (2024)

Villagers: “Quel periodo d’oro” (2024)
Villagers: “Quel periodo d’oro” (2024)

La bellezza può essere contrita e dispiaciuta, senza dubbio. La bellezza commuove sempre ma a volte fa anche male e pizzica. La bellezza richiede tempo: non sempre si manifesta come una rivelazione istantanea, ma richiede uno sforzo simultaneo da parte di chi la riceve, una disponibilità ad aprire i pori della pelle e consentire l’ingresso e l’apprensione dello stimolo, quell’elisir disincarnato che trova alloggio in qualche luogo imprevedibile della nostra massa grigia. Tutto ciò può essere applicato a una parte sostanziale del lavoro dell’irlandese Conor O’Brien, e senza dubbio praticamente alla totalità di questo sesto album di straordinaria bellezza. Pura pioggia fine per le nostre viscere.

Quel periodo d’oro È un album complesso nella concezione, nelle texture e persino nelle cuciture (non sappiamo mai quale strada sceglierà). Abitanti del villaggio in ogni ritornello, se ce n’è uno), ma schietto quando si tratta di esprimere emozioni e vulnerabilità. La voce di O’Brien continua a essere tra i grandi tesori del nostro secolo grazie a quella commovente capacità di restare saldi anche se spesso sembra sul punto di spezzarsi. È quell’equilibrio sottilissimo che il dublinese riesce a erigere in ogni dilemma: il suo eminentemente gente condito con certe trame elettroniche, la pulsione romantica in contesa con lo scetticismo dell’età sempre più matura, semplicità acustica come punto di partenza che gli occasionali arrangiamenti d’archi elevano a livelli impensabili. Diamo un’occhiata al bello Voglio ciò di cui non ho bisognoche potrebbe sembrare una ballata intima di un giovane Paul Simon che Robert Kirby aveva deciso di sublimare con le sue partiture per violino, viola e violoncello. Solo che qui non c’è nessun aiuto esterno: Conor scrive, produce, arrangia ed esegue tutto.

Ecco come lo spendono i creatori con cervelli privilegiati – benedetta invidia –. Quel periodo d’oro È un lavoro pacato e non umiliabile in cui molti brani si sviluppano come litanie circolari (anche Sei fortunatolo straordinario primo singolo) e La seduzione dell’ascoltatore è graduale e cumulativa, senza scorciatoie o trucchi algoritmici: perdete qui ogni speranza di trovare ritornelli esplosivi., scoppi di euforia, metronomi accelerati. Gli abitanti dei villaggi giocano nella divisione di artisti come il Faroese Teitur o il suo amico Peter Broderick, il cui violino figura qui in più della metà del repertorio, ma un album come questo lo porta in testa a tutte le classifiche. Dal delicatezza lenta e di porcellana su pagine molto sottili (Fratello Gallina o, per l’amor di Dio, il favoloso nessun dramma) all’astrazione quasi ambientale di Ricordol’omaggio alla tradizione popolare della terra (appare il mitico Dónal Lunny con il suo bouzouki Prima risposta E Sei fortunato uno)o l’evocazione di un Nick Drake crepuscolare e pianistico In Dietro quella tenda, tutto è presagio in questi tre quarti d’ora impagabili. Meglio anche di quelli di Sogno di febbre (2021), il suo onirico predecessore? Anche.

 
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